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Tommaso Moro - Canto XIX
Tommaso mostrò attorno e disse a Dante:
“Guarda, a cosa è servito tutto questo?
Uomini inermi contro un re gigante,
morti per un’inezia o un vil pretesto.
Chi comanda fa leggi per sé stesso
la storia vi ha mostrato il come, e il resto.
Una o l’altra ideologia poi fa lo stesso:
restare fedeli a chi regna fa sorte...
Io fui fedele al papa, e lo confesso:
ma a che cosa è servita la mia morte?
Enrico ottavo volle la sua chiesa
e la sua donna, e mi sprangò le porte.
E poi che anche la vita mi fu presa
a Tower Hill, in quel sei luglio triste,
sul London Bridge la mia testa fu appesa...
Io mi chiedo perché... tanto si insiste
attorno a un uomo di filosofia?”
“È il timore degli stolti, e ancora esiste!”
rispose Dante. “Amata figlia mia,
Margaret, da quanto amore a quanto strazio:
vedere la testa del padre esposta in via...
Un re che d’assurda vendetta non fu sazio...
Prendi la vita, ma perché l’offesa
d’esporre i resti in un pubblico spazio?
La storia che tutto osserva e tutto pesa
ad ognuno poi dà giusta misura.
Ora oso dire che giustizia è resa!
Nel cuore di qualcuno ancora dura
il ricordo di me, umile mente,
ancora stampa i miei testi e se ne cura.
Santo? Non so! Se lo pensa la gente!
E se la scelta mia serve da esempio...
Davanti ai grandi, sono men che niente:
solo un granello in così grande tempio!”
3
“Tommaso,” dissi, “se l’onor mi è dato
di parlare con voi, io, anima impura...”
Lui mi fermò: “Per te parla lo stato
in cui ti trovi e la nobile figura
che t’accompagna e che ti presta avallo
per la tua buona fede, e fa statura.
E se la poesia non è cavallo
alato, né unicorno, il tuo destriero
è questo, e ti farà da piedistallo.
Ciò che ti spinge è il tuo cuore sincero.
Ché prima di te la sola anima viva
qui entrata e poi riuscita è l’uomo fiero
che t’accompagna d’una all’altra riva.
Per chi è vero poeta ho gran rispetto
che presso me uno parte e un altro arriva.”
Io dissi: “Ho riflettuto sul concetto
dell’utopia che tanto vi si addice...”
“Parla, la tua domanda me l’aspetto!”
“Credete ancora all’isola felice?”
Tommaso mi guardò, si grattò il mento:
“È stolto chi sé stesso contraddice...”
disse. Poi tacque. Allora udimmo il vento
leggero alzarsi sopra il triste piano,
“...credo, ma non è questo ciò che sento.
L’uomo spera e, sai, sperare è vano
se i sogni non diventano progetti,
tetti da costruire, piano a piano.
Sì, credo, più di quanto ci credetti,
ma il mondo non è pronto; è questo il punto:
gli uomini senza Dio son vili oggetti.
Per Utopia ancora il tempo non è giunto.”
“La vostra idea, che già fu di Platone,
e dalla quale Marx prese spunto,
fa della libertà una religione,
del rispetto dell’uomo il primo stato,
sull’uguaglianza una grande nazione...
Com’è che poi si è tutto travisato?”
Tommaso crollò il capo e guardò Dante,
poi guardò intorno. “Tutto ciò ch’è stato
e che sarà, è storia ed è importante
capire qual è il nesso tra il potere
ed il popolo che ascolta da ignorante.
L’ingordigia è il motore, ed il sapere
è il nemico primario, e va abbattuto.
Solo a qualcuno è dato di vedere...
e non vince il migliore, ma il più astuto.
Il popolo non starà mai nei parlamenti
spesso vi siede chi si è ben venduto!”
“Voi siete il grande santo dei potenti!”
Mi fulminò con gli occhi, il viso duro,
rispose quasi digrignando i denti:
“Dei potenti?! No, certo. Ti assicuro!
Dei governanti, dicono, e tra questi
vado ancora cercando un uomo puro!”