Tribunale antimafia

Canto XXXV:4,5

 

Un tribunale! Tutto in pietra scura.

    Scranni di roccia, disposti a ‘parlamento’,

    un’aria grave ed un silenzio da paura.

Entrarono i magistrati a passo lento;

    la scura pietra ed il tabarro bruno

    rendevano ancora più austero il portamento.

Mi sforzai di riconoscere qualcuno

    riportando alla memoria quei visi.

    “Se vuoi ti elenco i nomi ad uno ad uno”,

mi disse Dante. “Sono tutti uccisi.

    Mafia! Una vera e propria mattanza!

    Giudici con princìpi condivisi:

la legge come prima e sola istanza!

    Quando giudichi ti fai dei gran nemici,

    e questi sono nemici ‘di sostanza’!

Quello che vedi laggiù è Rocco Chinnici,

    Saitta, Scopelliti, Ferlaino1...

    Avevano famiglia, affetti, amici...

...Montalto, la Morvillo2, Livatino...”

    Nome su nome, vissuto su vissuto,

    la storia mi sfilava da vicino.

Quindi fu fatto entrare il detenuto:                                    

    un uomo senza età e senza cappello.

    Si pose al centro, capo chino e muto,

davanti a un tribunale senza appello.

    Entrò la corte e si dispose al primo banco,

    Dalla Chiesa, anche lui col suo mantello,

ed il prefetto Mori3 all’altro fianco.

    Nel mezzo un giovane, vestito da soldato,

    un’austera figura, tutta in bianco:

splendeva nel suo mantello immacolato!

    Nella destra teneva una bilancia.

    Autorevole si rivolse all’imputato,

indicandolo con la punta di una lancia.

 

     5

 

“Dal profondo del cuore io ti condanno

    per avere sprecato la tua vita:

    vivendo nella paura e nell’affanno.

Alle persone care hai proibita

    la gioia dell’essere libere di amare.

    La tua regola chi te l’ha concepita?

Chi ti ha imposto che la dovevi rispettare!

    E se è una regola basata sull’onore,

    che onore ha chi non è libero di andare?

 

Ti condanno per aver beffato il Creatore!

    Immaginette, rosarî, crocefissi,

    e poi? Distruggi ciò che fu atto d’amore?

Lui ti capì prima che tu ti capissi!

    L’arbitrio di cui ti ha fatto dono

    ti fece funambolo sull’orlo degli abissi.

 

Ti condanno per aver infierito su te stesso:

    notti insonni per la tua anima trafitta,

    la vita vissuta nell’angoscia di un processo...

La legge a cui obbedivi chi l’ha scritta?

    Hai pensato a tua madre, al suo dolore?

    Perdere un figlio è un’amara sconfitta.

È questo il prezzo che chiamate onore?

   

Ti condanno perché hai sprecato il tuo intelletto

    e le buone facoltà che Dio ti ha dato.

    Verso di te non hai avuto rispetto!

Con un mare di soldi che hai comprato?

    Tanti, da costruirci una città,

    e forse non ti sei mai regalato

un sano giorno di serenità!

 

Ti condanno perché saresti stato un uomo saggio,

    dando alla società ben altro esempio:

    di umanità, di acume, di coraggio.

E invece di te stesso hai fatto scempio.

    Io ti condanno, e non avrò indulgenza,

    per avere vissuto in modo empio,

tradendo Dio e la tua intelligenza!

 

Allora alzò al cielo la bilancia:

    “Dio!” disse. “Quest’uomo è al tuo cospetto!”

    Su di un piatto poggiò la grave lancia,

sull’altro una mancanza di rispetto.

    “Giudicate se egli è meritevole!”

    I trenta giudici, con la mano in petto,

ad una voce esclamarono: “Colpevole!”

    L’uomo ossequiò l’austero consesso:

    “Di tutto ciò non fui mai consapevole,”

disse, “del male che perpetravo su me stesso:

    una vita intera di sotterfugi da innocente!

    Feci male i miei conti, lo confesso,

vissi da illuso e caddi da perdente!”

    Poi camminando all’indietro, a capo chino,

    “Scusate!” farfugliò timidamente,

e uscì di scena: un gigante... piccolino!